| - Sbam! Tirai dietro di me la porta, quasi a volerla buttar giù ed uscii senza pensarci. Avevo da qualche anno il desiderio di raggiungere quella terra e finalmente, ora, era arrivato il momento. Quanti pensieri mi si litigavano il posto nella testa, ma non mi importava. Ero felice perché stavo per realizzare un sogno, stavo partendo per una meta di cui tanti me ne avevano parlato. La strada era buia e quei due lampioni nel suo bel mezzo non bastavano ad illuminarla. Controllai le tasche e lo zaino per vedere se avevo preso tutto. - Devo sbrigarmi altrimenti perdo il treno! Così accelerai il passo, come negli ultimi cento metri di una gara ciclistica. C'era tempo solamente per lanciare un'occhiata furtiva all'orologio. - Scusi, permesso! Mi lanciai nel vagone e in un attimo il portellone mi si chiuse dietro. - Mi fai passare per favore?! - chiese una signora con la sua bimba in braccio. Sentii lo scorrere dei vagoni sui binari e mai come allora quel rumore mi fu così piacevole. Sono sempre vissuto a cinquecento metri dalla stazione Termini e tutto quel fracasso di ferraglia contro ferraglia l'ho sempre trovato insopportabile. Ma allora era diverso. Dal finestrino vidi l'alternarsi delle pianure e dei colli, paesi che si trasformavano di colpo in pascoli sui quali le pecore si posavano come fiocchi di neve sulle pendici di una montagna. Non avevo fretta di arrivare: l'importante era dirigersi verso l'Irlanda. Così tirai fuori l'unica cosa che conoscevo di quella terra: una cartina geografica. Il mio corpo sprofondò nella poltrona. Felice ed elettrizzato guardai attentamente la cartina dell'isola. Mi riconobbi per un attimo nei contorni di un omone panciuto dalla folta barba rossa e dall'immancabile boccale di Guinness in mano. "Allora... arrivo a Parigi, prendo il treno per Roscoff. Poi, mi imbarco e arriverò a Rosslare. OK!" pensai. Poi, scartai con avidità un panino e in pochi morsi lo finii. "Fammi vedere un po' dove siamo?!? Al confine, ancora... che palle!" feci tra me e me. - Yaaahwn! Tempo qualche minuto e caddi in un sonno, un sonno profondo di quelli che rigenerano la mente e il cuore. Mi apparve un'immagine, così nitida che si potrebbe confondere con quella di un quadro. Lo scrosciare delle onde sulla roccia; verdi prati che cercano di buttarsi giù dal precipizio, ma non vi riescono perché l'altruista pietra li ferma per farli ragionare; il mare, la terra è costretta a fermarsi bruscamente là dove c'è l'acqua e alla roccia non rimane altro che qualche sottile zolla erbosa, a farle da spalla contro la prepotenza marina. Di colpo mi svegliai. Ero quasi commosso da quel sogno così lucido, così chiaro. Il cuore mi rimbalzava in petto come un pallone sul parquet. Diedi un'occhiata al sedile di fianco, quasi ci fosse qualcuno e trovai la carta che avvolgeva il mio ex-panino. L'afferrai chiedendomi il motivo di un tal gesto. Cercai una penna ma non avevo l'astuccio. Avrei voluto chiederla in prestito, ma erano le 4:30. Girai la testa a destra e a sinistra sperando di svegliare qualcuno con lo sguardo. - Eccola! - esclamai. Raccolsi una Bic caduta accidentalmente sul pavimento. "Porca troia, sta a vedere che ho svegliato qualcuno! Ma no, senti come russa quest'orso." pensai. Ero un pazzo ad aver ancora voglia di cazzeggiare a quell'ora di notte, ma scrissi lo stesso. Nella testa mi si stampò una parola, poi un'altra e un'altra ancora. Così vennero fuori versi e strofe ma non sapevo il perché. Finii di scrivere, i battiti tornarono regolari. Trovai un titolo: "Viaggio". Rilessi qualche volta in silenzio.
Viaggio
Una nube di nome Irlanda mi porterà da te...
Viaggerò leggero in balia dei venti Eolo è il mio amico più caro mi dirà di salutarti ed io ti porterò anche il suo saluto
- Sei lontana?!? non so, forse ma sarò paziente e avrò dalla mia la voglia di raggiungerti
Non avrò freddo negli inverni e negli autunni sarà il tuo pensiero a scaldarmi come dolce musica di Uilleann Pipes
Al mio arrivo non urlerò a squarciagola per chiamarti ma lascerò un verso appeso, ad una delle tante, gocce di rugiada
Chissà se sarà abbastanza duraturo da rinfrescare, per un attimo il tuo cuore.
Non sapevo cosa fare di quella cartaccia scarabocchiata. Mi chiesi che significato avesse ma non trovandolo al momento, decisi di mettermela in tasca e mi riaddormentai. La mattina seguente mi svegliai che mancavano circa cento chilometri a Paris. Il tempo non era dei migliori e una pioggerella fitta bagnava il vetro del finestrino. Avevo con me un pacchetto di biscotti, ma lo stomaco continuava a reclamare a gran voce cappuccino e cornetto. Intorno erano tutti svegli e qualche impaziente già cominciava ad alzarsi e guardare alle valigie come se attendesse un segnale per tirarle giù. Io invece, non riuscivo proprio a capire i perché di tutta quella fretta. Nonostante la schiena avesse oramai preso la forma del sedile a molle, stavo lì a guardar scorrere le ultime cittadine che mi dividevano da Paris. Ad accogliere il mio sguardo non c'era più tutta quella natura di cui avevo goduto prima, ma casupole, case, palazzi e chiese, raggruppati tutti intorno ad un punto. La ferrovia era sempre estranea a paesi e città, mentre nel bel mezzo della natura sembrava così indispensabile, un tocco d'umano nel troppo verde. In un attimo, un verso, scolpito nel cuore, stampato nella mente. E ancora una volta una vittima, ma non quella preferita, una vittima presa a caso fra quelle carte che alla rinfusa erano sparse nello zaino. - Ecco la stazione! - esclamai colpendo involontariamente col pugno il bracciolo. Vidi la Coca Cola saltare verso un tizio, già in piedi da un quarto d'ora. Risultato di ciò: una bella macchia ovale al centro dei pantaloni. Non mi sembrava proprio il caso di farmi perdonare pulendoglieli. Mi scusai e riscusai, poi con uno scatto balzai in piedi, quando ormai i passeggeri già si avviavano verso le portiere. Con pochi svelti movimenti delle braccia afferrai lo zaino e con passo da gigante attraversai il corridoio. Dal fondo del vagone provenivano forti schiamazzi e ritornelli di incomprensibili canzoni urlati a squarciagola. Mi girai e vidi un gruppo di sei-sette ragazzi. - Uhmm! - esclamai compiaciuto. Focalizzai all'istante una ragazza: alta, mora, che culo! "Come mi piacerebbe giocarci un po'". Pensai tra me. Animato da questi propositi mi feci precedere dal gruppetto. Appena sceso un'aria pungente scivolò fredda sotto il colletto della felpa. Finii di sgranchirmi schiena e gambe e subito mi incamminai coi bagagli verso l'uscita. Al bar incontrai di nuovo quei ragazzi. - Un caffellatte e un cornetto! - esclamai sollevando le spalle. I sei rimasero un attimo in silenzio, guardandosi l'uno con l'altro... poi scoppiarono a ridere. Io imbarazzato feci finta di nulla e guardando dall'altra parte portai la tazza alla bocca. Un tipo grassottello con un berretto nero mi si avvicinò e ancora sorridente mi chiese: - Ma allora sei italiano? - Sì, perché?! - feci io indispettito. - Ti credevamo tedesco, ja! Abbiamo visto che mangiavi solo panini con crauti e würstel. - - Ma no, è che quando si gira... Voi dove siete diretti? - risposi cercando di nascondere il rossore. - Comunque piacere, Nicola. - Piacere, Marta! I miei occhi si tuffarono nei suoi. Vidi tutto quello che avevo sempre sognato, desiderato. L'immagine di quella scogliera: le onde che sembravano voler staccare la roccia a morsi, la roccia che resisteva e rimaneva indenne a quei ripetuti attacchi. Sapevo che quel momento non sarebbe durato in eterno. Forse il tempo di un caffè e di una sbrigativa chiacchierata. Sicuramente. - Ciao, Federico! - Noi facciamo un tour della Francia in Interrail, tu invece? - chiese incuriosito un loro amico. - Mah, la mia meta è l'Irlanda. - Magnifica! - esclamò eccitata Marta. - Davvero ci sei stata?! - domandai mostrandomi evidentemente più incuriosito di quanto ci si sarebbe dovuto aspettare. - Sìssì, l'anno scorso, a Dublino. Ma poi l'ho girata tutta in lungo e in largo. Avevo affittato una camera a due passi dal centro. Ho visitato, la fabbrica della Guinness, le Cliffs of Moher... CLIFFS OF MOHER, quelle parole mi si impressero a fuoco nella memoria: affascinato, rapito, succube di quelle lettere messe magicamente l'una in successione alle altre. Tre parole apparentemente insignificanti a qualsiasi ignorante in geografia, ma per me ora così piene, così suggestive. Nel bicchiere era rimasta ormai l'ultima goccia di caffellatte e mi sembrava inutile cercare di berla. Uscimmo dal bar, saluti. Io da una parte, quel branco di italiani dall'altra. Mi fermai per un attimo sul ciglio della strada. Poi mi diressi alla svelta verso la bacheca per dare un'occhiata agli orari del treno per Roscoff. Nulla! Uscii così dalla stazione e ad ogni passo si faceva sempre più lontano il ricordo di casa e dei miei. Il sole splendeva nel cielo. La tour Eiffel: troppo alta per poterla guardare fino in cima senza rimanere abbagliati. Mi piaceva quel senso di libertà che sembrava farmi padrone di me stesso. Le strade di Paris pullulavano di vita: turisti di tutte le nazionalità, decine, centinaia di bandierine alzate da altrettante guide, a costituire un limitato ma pur sempre utile mezzo di riferimento. Era buffo per me osservare come tutti fossero impegnati a guardare in alto. Spesso non si prestava attenzione a dove si mettevano i piedi e lo “scontro” fra turisti era uno dei pochi momenti che spezzava l’eccessiva serietà del discorso, ripetuto a pappardella dalla guida. Ancora più divertente era lo scatto di qualche intruso nella foto al monumento o alla bellezza della giornata. Molto meglio qualche anno prima con le macchine fotografiche a rullino. Ora con le digitali ogni tentativo di esibizionismo illecito era reso vano. Ma, ad ogni modo, il ripetere lo scatto innervosiva il fotografo. Peccato per la foto che sarebbe stata ben presto cancellata! Il sole cominciava a tingersi di uno sfocato rossore. Una metropoli non era certo l’ideale per passare una notte all’aperto. Tornai indietro e mi diressi verso la biglietteria della stazione. Dinanzi a me, un uomo alto e baffuto. - I … sleep, no Paris, dove? - Excuse-moi, je ne comprends pas - rispose il bigliettaio. - Sleeping, dormire. - dicevo mimando. - Ahh, elle veut dormir hors de Paris?! - Yes, yes!! - You speak English? - Yes, comsì-comsà. Where to sleep? - You go to, ummh, Les Lilas. Next trein start at 19:51. - OK, OK, yeah thank you, grazie!! - De rien. Un rapido sguardo in alto a cercare l’orologio. Poi lo scivolare lento sulla panchina di fronte ai binari. Rumore assordante, metallo su metallo, rotaie stridenti sotto il peso di pesanti mostri di lamiera. Sentii un fischio raschiarmi come una lama di rasoio i timpani. Doveva essere il mio treno. Salii in fretta lasciando la stanchezza a terra. Mi immersi nel sedile e preparai il biglietto. Arrivato a Les Lilas mi diressi verso il centro. Ben presto mi ritrovai in un parco con una bella fontana. Stanco della giornata e di tutto quello che avevo visto, mi gettai sulla prima panchina libera. Il sonno mi prese subito con sé. Al risveglio sentii la rigidità di quelle assi di legno sotto la schiena, come una vera e propria croce portata in spalla. - Ahh! - gemetti prima ancora di aver completamente schiuso gli occhi. Era l’alba, e c’era un uomo sulla panchina di fronte alla mia. Decisi che era meglio andare altrimenti avrei rischiato di non arrivare più. In tarda mattinata arrivai al porto di Roscoff. Gente che andava, gente che veniva, carichi, scarichi di merce di ogni tipo, imballata quasi a conservare l’intimo segreto della sua essenza. Mi accorsi a malincuore che mi erano rimasti gli ultimi spiccioli. Al contrario i miei scritti erano sempre più numerosi e non passava giorno che non vomitassi sul foglio qualcosa. Le tasche dei jeans e lo zaino erano pieni zeppi di carte d’ogni tipo: cartacce di panini, buste strappate, ecc. - Non mi bastano per pagarmi il biglietto d’imbarco, dannazione!! Dovevo cercare un modo per proseguire. Non potevo fermarmi a quel punto. A metà del viaggio dopo un anno di sogni. Presi l'invicta e lo esaminai a fondo nella speranza che qualche moneta vi fosse caduta per sbaglio. Niente, quello era tutto ciò che mi rimaneva. - Ho comprato anche un quaderno, porca puttana troia!!! - dissi tirando un calcio a una cassetta vuota. Mi sarebbe dovuto servire per scrivere il diario di bordo del viaggio. Ora era solamente un fottuto insieme di fogli pieno di sogni invisibili. - Cazzo! Mi allontanai dal porto sconsolato e arrabbiato con me stesso. Fermandomi poi sul sul lungomare, mi lasciai cadere giù. Tirai fuori il blocco, presi una penna e con forza provai a vedere se almeno quella aveva voglia di fare quello che doveva. Cominciai a scrivere, erano parole nuove, fine. Girai pagina. Scrissi ancora. Il sole, da un momento all'altro pronto a crollare. Il mare sconvolto dal vento, davanti a me. In un attimo il quaderno si chiuse tra le gambe. Mi venne in mente mia madre e le sue raccomandazioni. Le stesse che mi avevano forse spinto a fare fagotto e ad andarmene per un po’, le stesse che mi avevano spinto ancora con maggior forza verso quella terra. Il cielo era un immenso lenzuolo blu. Piccole ma luminose lucciole erano intrappolate lì sotto. Molte immobili, rare erano quelle che avevano le palle di spiccare il volo. Ciò determinava la loro precoce scomparsa, dopo pochi secondi di libertà. Le altre rimanevano lì, sicure di partire da sole se l’avessero mai fatto. La luna: grande e di una luminosità opaca, da lampadina soffusa. Cominciai a sentir scorrere nelle ossa una corrente umida. - Brrr. Brividi intensi sotto-pelle. I polpacci in pochi minuti si fecero duri, come dopo una corsa senza fiato. Mi girai su un lato, vidi qualche falò in lontananza. Restai a pensare a lungo. Mi girai e rigirai su me stesso. Avevo un solo accendino. Mi alzai ma tirai su solamente qualche sasso qua e là. Cercai meglio aiutandomi con la torcia e riuscii a trovare pochi rovi secchi e pochi resti di legno levigati dal mare. Presi allora alcune cartacce, stando attento a bruciare solamente quelle le cui poesie avevo già trascritto sul blocco. Ci volle un po’ per veder una fiammella, ma alla fine mi andò bene. Piano piano il fuoco cresceva e la pelle cominciava a percepire il tepore che emanava. Ma c'era un qualcosa di altrettanto sgradevole che via via andava a sostituirsi ai brividi di freddo. Da lontano una musica fortemente ritmata, bassi potenti e profondi. Odiavo quella musica. Ma allora non mi importava. Ero ancora stanco del viaggio e della pessima notte. L'indomani mattina mi alzai tardi, insieme ai deboli richiami dei gabbiani e all’acqua che a tratti mi bagnava le dita dei piedi. Già sapevo cosa fare, dovevo solo aspettare il momento giusto. Probabilmente sarebbe arrivato con l’imbrunire. L’unica speranza era questa. La giornata trascorse lenta quasi a dovermi far calcolare tutti gli imprevisti del piano. Cominciai a dirigermi verso il porto. L'oscurità oramai stava inghiottendo tutto. Era solo una questione di tempo. Con il calar delle tenebre si riuscivano a vedere più che altro i profili delle imbarcazioni e i marinai che caricavano o scaricavano merci sembravano bestie di una foresta sterminata. Mi diressi verso la banchina. Il portellone posteriore del traghetto era giù da dieci minuti e gli autoveicoli avevano cominciato a salire. Passò lì davanti a me un'auto. Poi un camper, si fermò per un attimo. I passeggeri scesero. Si allontanarono mentre solo il conducente rimase su. "Ora!" fu l'unica parola che ruggì prepotentemente nella mia testa. In un attimo un passo avanti e un piede sulla scala agganciata posteriormente al veicolo. Il conducente parcheggiò e chiuse, frettoloso di raggiungere la sua famiglia già sul ponte dell'imbarcazione. Risalii la scala fino ad arrivare sul tetto del mezzo. All'interno di quell'utero gigantesco: clacson di automobilisti con chilometri d'asfalto sulle spalle, tonfi, scricchiolii del metallo che doveva soffrire quantomeno il peso di tutte quelle vetture. Ognuno di questi rumori, sembrava mescolarsi come in un pentolone da mensa ai miei battiti. Solo quando sentii chiudersi il portellone posteriore, qualcosa in me sembrò quietarsi. "Ce l'ho fatta!! Ce l'ho fatta finalmente!" pensai entusiasta. Il mio sogno era sempre più vicino, più vicina era la distanza che mi separava dall'isola di smeraldo. Stetti una mezzora con la schiena incollata alla lamiera del camper. Poi, come un grillo che sta per essere calpestato scattai in avanti, con un balzo fui giù e con un altro il mio corpo si trovava già sulla scala di servizio. Di lì con pochi passi raggiunsi il piano superiore. Ero sbucato proprio sul corridoio esterno del battello. Le luci illuminavano a giorno le due sale: una a destra, l'altra a sinistra. Dalle vetrate vedevo gente seduta, gente in piedi, gente che al bar aspettava la persona che stava finendo di sorseggiare un caffè. - Wàààaahhh!! Bùuh! - urlarono allegramente dei bambini passandomi tra le gambe. Un soffio d'aria gelida mi sfiorò le orecchie. Avrei avuto quasi voglia di entrare, di rifugiarmi al caldo, ma subito mi resi conto dei rischi di un tal gesto. "Dovrò passare la notte fuori, solo una notte!" pensai convincendomi del fatto che non sarebbe stato poi così tanto scomodo. Feci un giro sul pontile. Sopra di me trovava posto una mezzaluna, che prometteva di essere una buona compagna per le ore a venire. Il cielo oscurato a tratti da banchi di nebbia, lasciava intravedere solo qualche stella che rimava con la sorella lontanissima. Le acque ribollivano sotto l'avanzata della nave. Il vento era più che sufficiente, a stendere oltre il dovuto, i colori delle tre bandiere che si innalzavano orgogliose dall'alto della cabina di guida. - Yawnnn! - sbadigliai intento a trovare un posto dove appisolarmi. Mi lasciai cadere all'improvviso assieme al macigno che portavo sulle spalle. Misi un braccio nella sacca e alla ricerca di un qualcosa, il quaderno mi cadde aperto su una delle ultime pagine rimaste. Cercai di non farci caso e subito lo buttai dentro. Tirai fuori un giacchetto e me lo misi sopra a mò di coperta. I capelli non stavano più al loro posto e dalle spalle mi svolazzavano sfortunatamente in faccia. Amareggiato e infreddolito cercavo di stendere il più possibile gli angoli di quel tessuto. In un raptus di follia presi nuovamente la cartella e tirato fuori il blocco lo diedi in pasto alle fiamme. Misi le estremità delle dita su quel breve e piccolo fuoco. - Ahhh! - gridai ritraendo al petto le mani. Provai di nuovo però. Mi sentivo a mano a mano sempre più debole, le palpebre mi si chiudevano da sole.
Sembrerà strano, ma anch'io ho un cuore. No, non quella cosa pulsante che intendete voi umani. O meglio, lo ebbi un tempo. Possiedo solamente l'invisibile ricchezza che prima regnava in quel muscolo ma che ora è libera. Mi sono chiesta più volte da quassù: - A cosa serve lo specchio? Specchiarsi, un'anima che si specchia, ma vi sembra possibile? - Boh, forse non lo capirò mai. Edited by alfietto86 - 28/5/2008, 00:22 |